Il mio rientro a Roma nel 2023 fu una delle più importanti decisioni degli ultimi anni, perché questa volta non volevo ritornare per studiare, ne perché ne avevo bisogno di guadagnare per sostenere una famiglia, ne perché ero innamorata, ma semplicemente perché vedevo la mia vita per i prossimi anni nella Città Eterna, una decisione fatta col cuore, serenamente, dopo un bel discernimento.
Non so se fu a caso o no (mi piace pensare che Dio ad un certo momento agisce lì, dove la ragione umana non può arrivare), ma la prima conferenza dove sono andata è stata la presentazione del libro di Roberta Gisotti Noi che siamo italiane. Donne venute da lontano. Questo è successo solo due giorni dopo il mio rientro, il 22 di settembre 2023.
Un volume che raccoglie storie di 10 donne bravissime che sono riuscite a conquistare il cuore del Bel Paese, nel loro modo proprio, molto naturale, ma nello stesso tempo con uno spirito libero e pieno d’amore. Sono state loro che hanno accolto l’Italia, e l’Italia alla rovescia le hanno accolto nella stessa misura. Un incontro a metà strada.
Si parte dalla premessa che sono ufficialmente 2 milioni e 600 mila le donne straniere in Italia, poco più degli immigranti europei ed extraeuropei residenti regolarmente in Italia ed oltre ad 1 milione e 600 mila stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza italiana[1]. Si parte anche dalla premessa che le donne straniere sono anche più numerose degli uomini e vantano 198 provenienze geo-culturali. In testa alla classifica sono le immigrante romene (650 mila), seguite dalle albanesi, marocchine e poi ucraine[2]. L’informazione che mi ha colpito di più è stata questa, perché a quelle 650 mila donne romene che vivono in Italia, mi sono aggiunta anche io.
Nel libro l’autrice fa un percorso abbastanza ricco d’informazioni, intervistando brave donne come Sihem Zirelli, donna arrivata da quasi 30 anni dal Sud della Tunisia in Italia, perché desiderava essere padrona della sua vita. Voleva conoscere il mondo al di là delle mura della sua casa, delle certezze e sicurezze della sua famiglia. Da lì è partito tutto, ha cominciato ad impegnarsi nella vita sociale del Bel Paese aprendo prima una Casa famiglia per gli anziani, poi, successivamente continuò con l’apertura di un ampio casale con un grande giardino (Villa Sihem), sempre dedicato agli anziani. Il suo spirito di solidarietà l’ha spinta poi di fondare l’Associazione La Palma del Sud in aiuto alle donne emigrate, ma anche italiane in stato di bisogno materiale o con altri disagi.
Sempre la Gisotti sceglie di dipingere il ritratto di Blerida Banushi, donna albanese che si occupa della ricerca sul cancro. Biologa, ricercatrice e docente ora a Transnational Research Institute in Queensland, ha fatto la maggior parte della sua formazione in Italia, dichiarando anche che gli insegnanti italiani per me sono i migliori al mondo. Dunque, il Bel Paese per lei è stato il luogo dove è arrivata nella sua gioventù ai soli 13 anni, ma anche il posto di partenza nella via della lotta contro la malattia più dispersa nel mondo.
Poi c’è la storia di Alganesh Fessaha eritrea senza dubbi, italiana adottata, cittadina del mondo, come li piace a descriversi nell’intervista della Roberta Gisotti. Lascia il suo paese alla fine degli anni ’60 per studiare a Milano. Forse c’è stata tra le prime studentesse arrivate dall’Eritrea alla Cattolica di Milano. La strada intrapresa nel Bel Paese è stata quella verso l’attività umanitaria. Testimone della Lampedusa e delle tantissime storie dei profughi che ha provato ad aiutare perché, dice lei attraverso la loro sofferenza mi hanno permesso di esprimere compassione e di sentirmi unita a loro, di esprimere amore – Dio è amore – ed è l’unica via per vincere l’indifferenza, la paura, il distacco, la lontananza.
Ci saranno altre belle storie dipinte in questo bel quadro della Gisotti, storie di brave donne come ci sono: Carmen Isabel Fernandez Reveles, Suor Angel Bipendu, Miriam Sylla, Roseline Eguabor, Liliana Ocim Alvarez, Tetyana Shyshnak o Parisa Nazari. Ci sono delle storie che ci fanno pensare che le donne operano dei cambiamenti nelle nostre società, anche se piccoli o grandi, in particolare in un paese che ha saputo accogliere ogni anima, forse perché ha avuto sempre come fondamento una fede forte cristiana che ha servito come strumento di educazione e di formazione per i suoi cittadini.
In fine, la mia, non è una storia così complessa, ma che ha in comune con le storie già dette l’amore per un popolo e per un paese che ha saputo, sin dall’inizio, preservare uno spirito umano forte e anche una spiritualità cristiana che colpisce ogni turista, ogni visitante, ogni straniero, ogni persona. La mia è una storia che descrive un posto dove ho visto un’altra faccia dell’amicizia, una storia che mi ha insegnato la curiosità profonda per i vari problemi sociali e culturali, una conversione spirituale forte, l’avvicinamento per l’arte di trasmettere le conoscenze a quelli occhi curiosi che vogliono scoprire questo mondo e che vogliono capire i processi della ragione umana. La mia è la storia italiana che mi ha fatto capire che siamo una sola cosa (Ut unum sint), che siamo semplicemente amore.
PS. Scrivo questo testo mentre ascolto il Concerto di Capodanno di Vienna (Sul bel Danubio blu di Strauss).
[1] ISTAT, Rapporto Annuale 2022, “Migrazioni e nuove generazioni”
[2] ISTAT, Straniere residenti per nazionalità al 1 gennaio 2023.

Lasă un comentariu