Il papa Leone ha annunciato sin dall’inizio del suo messaggio per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: l’informazione è un bene pubblico. Ma che cosa significa, propriamente, “bene pubblico”? In senso generale, si tratta di un bene di cui tutti possono beneficiare: è accessibile a tutti e il consumo da parte di una persona non limita quello degli altri. Se l’informazione è un bene pubblico, allora — come continua papa Leone nello stesso documento — essa deve essere compresa anche come un servizio pubblico. In quanto tale, l’informazione dovrebbe essere costruttiva e significativa, fondata non sull’opacità ma sulla trasparenza delle fonti, sull’inclusione dei soggetti coinvolti e su un elevato standard di qualità.
Ricordo ancora il primo messaggio che lo stesso Pontefice rivolse agli operatori dei media di tutto il mondo pochi giorni dopo la sua elezione. Nell’Aula Paolo VI proclamò il suo sostegno a una comunicazione disarmante e spiegò con parole molto chiare il significato di quella missione di cui molti di noi si occupano quotidianamente:
La comunicazione, infatti, non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura, di ambienti umani e digitali che diventino spazi di dialogo e di confronto. E guardando all’evoluzione tecnologica, questa missione diventa ancora più necessaria. Penso, in particolare, all’intelligenza artificiale col suo potenziale immenso, che richiede, però, responsabilità e discernimento per orientare gli strumenti al bene di tutti, così che possano produrre benefici per l’umanità. E questa responsabilità riguarda tutti, in proporzione all’età e ai ruoli sociali[1].
Tornando al messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2026, questi giorni rappresentano un’opportunità preziosa non soltanto per riflettere in modo autoreferenziale sul nostro ruolo, ma soprattutto per interrogarci sul servizio che siamo chiamati a svolgere per la Chiesa. Per comprendere che cosa possiamo fare, è necessario partire dalle esigenze della comunicazione istituzionale della Chiesa — o, se si preferisce, dai “pericoli”, dagli issues, dai problemi che quotidianamente siamo chiamati a gestire. In questo senso, come ricordava san Josemaría Escrivá, fondatore dell’Opus Dei e ispiratore della mia università:
«Se non ci sono difficoltà, le nostre occupazioni non hanno attrattiva umana… né soprannaturale. Se, nel piantare un chiodo nel muro, non trovi resistenza, che cosa ci potrai mai appendere?»[2].
Un primo ambito riguarda il mondo digitale e, in particolare, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. In questo contesto risulta particolarmente utile approfondire il documento Quo vadis, Humanitas? Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell’essere umano[3], pubblicato dalla Commissione Teologica Internazionale della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il testo ricorda che la questione tecnologica è, prima di tutto, una questione antropologica. Il documento propone di recuperare la categoria cristiana della vocazione: l’uomo non è semplicemente un progetto da ottimizzare o da ridisegnare tecnologicamente, ma una realtà ricevuta in dono, chiamata a svilupparsi nella relazione con Dio, con gli altri e con il mondo. Tra i rischi legati all’uso dell’intelligenza artificiale, il documento segnala l’opacità delle decisioni automatizzate in settori sensibili — come la salute, la giustizia, la finanza o la sicurezza —, la polarizzazione e la “tribalizzazione” del dibattito pubblico alimentate dai social network, la particolare vulnerabilità dei bambini e dei giovani di fronte a dinamiche di isolamento, manipolazione e violenza, e infine la tendenza a ridurre il corpo umano a un materiale modificabile, orientato alla ricerca della performance, della giovinezza o dell’eliminazione del dolore[4].
Sfide e soluzioni
Nel messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, papa Leone individua inoltre alcune sfide specifiche che l’intelligenza artificiale può generare nel campo della comunicazione:
- Il già presente problema della polarizzazione del dibattito pubblico.
- La disconnessione dalle persone, con la perdita di valori e doni fondamentali come la sapienza, la conoscenza, la consapevolezza, la responsabilità, l’empatia e l’amicizia.
- Una connessione eccessiva con l’IA, che può indebolire la capacità di ascolto.
- E, in parallelo, uno indebolimento del pensiero critico.
- Infine, l’isolamento personale, accompagnato da un’erosione delle capacità cognitive, comunicative ed emotive, per cui si rischia di dimenticare come comunicare, spiegare e condividere.
Tutto ciò può condurre, in ultima analisi, a una percezione alterata della realtà e a forme di distorsione cognitiva. Come affrontare queste sfide? Nello stesso documento papa Leone indica tre strumenti fondamentali: responsabilità, cooperazione ed educazione. Il concetto di responsabilità può essere definito come il “prendersi cura di qualcosa”[5]. Approfondendo il tema, il filosofo italiano Mario Vergani sottolinea come la responsabilità implichi diverse dimensioni: può essere a priori, orientata cioè alle azioni future[7]; può essere individuale o collettiva, coinvolgendo una singola persona o una comunità[8]; si colloca nella sfera morale, legale e politica a seconda del contesto in cui viene esercitata[9]; e infine può essere naturale o contrattuale, a seconda della sua origine[10].
Il concetto di cooperazione, invece, è etimologicamente semplice: co- significa “insieme” e operare significa “lavorare”. Cooperare significa dunque lavorare insieme per raggiungere uno stesso obiettivo.
Infine, vi è la dimensione dell’educazione. Il messaggio pontificio richiama l’importanza di “custodire volti e voci umane”. Un modo concreto per farlo è proprio attraverso il processo educativo. Educare — o formare — significa offrire una forma a un contenuto, plasmare il modo di pensare e di interpretare la realtà.
Affidamento agli professionisti
Lo scorso 11 settembre 2025, al termine dell’incontro con i vescovi di nuova nomina nell’Aula del Sinodo, il Pontefice ha ribadito la necessità di usare con prudenza le reti sociali. Il rischio, infatti, è che «ognuno si senta autorizzato a dire quello che vuole, anche cose false». A volte — ha osservato — «raggiungere la verità è doloroso», ma resta comunque necessario. In questo contesto di comunicazione digitale può essere di grande aiuto affidarsi a professionisti della comunicazione, persone adeguatamente preparate. «Calma, una buona testa, e l’aiuto di un professionista».
Riprendendo dunque le sfide individuate nel messaggio per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, possiamo delineare alcune possibili risposte operative:
- Educare all’ascolto, utilizzando l’ascolto stesso come strumento fondamentale di gestione e di relazione.
- Promuovere collaborazione e dinamismo, favorendo uno spirito di coesione.
- Comunicare in modo integrato e unitario, partendo dal nostro fondamento ecclesiale espresso nelle parole ut unum sint.
- Comunicare in modo autentico, dando voce soprattutto a ciò che unisce.
- Utilizzare i social media per condividere contenuti di valore, evitando di alimentare polemiche. Questo richiede una strategia chiara e una gestione professionale delle piattaforme, oltre ad una presenza attiva e consapevole.
In questo contesto è utile rimanere aggiornati sulle trasformazioni culturali delle nuove generazioni. In questo senso, un esempio significativo è il progetto di ricerca Footprints[11], promosso dall’Università della Santa Croce, che si propone di ascoltare i giovani attraverso sondaggi e focus group. I primi risultati, basati su oltre 5000 giovani in tutto il mondo, mostrano una sorprendente e talvolta contraddittoria ricerca di spiritualità nelle nuove generazioni. Per approfondire il tema si può consultare anche un recente articolo del New York Times[12]. - Promuovere l’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’intelligenza artificiale, ambiti in cui diverse istituzioni civili stanno già investendo con decisione.
Tutto questo, tuttavia, è un processo che si apprende lungo il cammino. La differenza sta nel modo in cui scegliamo di affrontarlo: possiamo imparare esclusivamente attraverso le nostre esperienze oppure lasciarci guidare da professionisti che possano accompagnarci in questo percorso.
Formazione
In questa prospettiva si colloca il Seminario Professionale per i direttori di comunicazione e gli uffici stampa delle diocesi[13], un’iniziativa che la Facoltà di Comunicazione Sociale Istituzionale propone da quasi trent’anni. L’edizione del 2027 sarà dedicata al tema: “Coltivare l’unità attraverso la comunicazione”.
L’incontro si terrà dal 2 al 4 febbraio e prevede due giornate intense di formazione teorica e pratica, oltre a costituire un’importante occasione di incontro con la realtà universale della Chiesa cattolica. Per avere un’idea della portata dell’evento, basti ricordare che l’ultima edizione, organizzata durante l’anno giubilare 2025, ha riunito circa 600 partecipanti tra professionisti degli uffici di comunicazione di diocesi, associazioni e istituzioni ecclesiali provenienti da tutto il mondo.
Durante il seminario si cercherà di rispondere, insieme ad accademici ed esperti della comunicazione ecclesiale, ad alcune domande fondamentali:
- Come possono gli uffici di comunicazione della Chiesa contribuire a generare un clima di fiducia?
- Quali atteggiamenti comunicativi generano divisione e quali, invece, favoriscono la comunione all’interno delle comunità ecclesiali?
- Come comunicare in modo che la legittima diversità diventi ricchezza e non motivo di divisione?
- In che modo gli uffici di comunicazione ecclesiali possono favorire un dialogo ecumenico che, attraverso la pluralità delle posizioni, ci avvicini al desiderio di Cristo: ut unum sint?
- Come rendere compatibili l’autenticità dell’annuncio del Vangelo e il desiderio di convivere con tutti nella società?
- Come essere aperti a tutti e, allo stesso tempo, far risplendere con gioia la propria identità?
- Come contribuire a diffondere la pace in un contesto sociale spesso polarizzato?
- Che cosa significa “comunicare come Cristo”, modello di verità e carità insieme?
- Come educare all’ascolto autentico in una società caratterizzata da comunicazione immediata e frammentata?
- Come utilizzare i social media per condividere contenuti di valore invece di alimentare polemiche?
- Come raccontare la verità senza cadere nella logica dello scontro?
- Quali esperienze recenti dimostrano che la comunicazione può ricucire ferite e generare fiducia nella società?
- Come essere modello di dialogo per il mondo in un’epoca di crisi di fiducia nelle istituzioni?
- Come lavorare insieme alla costruzione di un progetto comune, evitando che il dialogo diventi fine a se stesso?
Conclusione
Alla luce di quanto esposto, appare evidente che la comunicazione istituzionale della Chiesa non può essere considerata semplicemente come un insieme di tecniche o strumenti operativi, ma piuttosto come una vera e propria missione ecclesiale. Se l’informazione è davvero un bene pubblico, come affermato nel messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, allora il modo in cui essa viene prodotta, condivisa e interpretata diventa una responsabilità che coinvolge direttamente la vita e la testimonianza della comunità cristiana.
In questo contesto, la formazione continua assume un ruolo decisivo. Le trasformazioni tecnologiche, l’emergere dell’intelligenza artificiale e la crescente complessità del dibattito pubblico richiedono infatti comunicatori capaci non solo di utilizzare strumenti digitali, ma anche di esercitare discernimento culturale, sensibilità pastorale e responsabilità etica. La comunicazione ecclesiale è chiamata a custodire la dimensione umana del dialogo, promuovendo relazioni autentiche e contribuendo alla costruzione di spazi di incontro in una società spesso segnata dalla polarizzazione e dalla frammentazione.
Responsabilità, cooperazione ed educazione — i tre strumenti indicati dal Pontefice — delineano dunque un vero e proprio percorso formativo. Essi invitano i comunicatori della Chiesa a sviluppare una cultura dell’ascolto, a lavorare in modo sinodale e collaborativo e a promuovere processi educativi che aiutino le persone a comprendere criticamente l’informazione e le nuove tecnologie.
In definitiva, la formazione continua nella comunicazione istituzionale della Chiesa non rappresenta soltanto un aggiornamento professionale, ma un impegno a coltivare una comunicazione che sia al tempo stesso competente e profondamente umana. Solo in questo modo sarà possibile contribuire alla missione della Chiesa nel mondo contemporaneo: generare fiducia, favorire l’incontro e testimoniare, anche nello spazio pubblico e digitale, una comunicazione capace di unire verità e carità.
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[2] Cfr. San Josemaria Escriva de Balaguer, Forgia, https://escriva.org/it/forja/.
[3]Quo vadis humanitas?, https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_doc_20260304_quo-vadis-humanits_it.html#
[4]Il Vaticano rilascia il tanto atteso documento sull’IA e transumanesimo, Javier García Herrería-4 marzo 2026, in OMNES; https://www.omnesmag.com/it/notizie/il-vaticano-rilascia-latteso-documento-su-ia-e-transumanesimo/#
[5] Cfr. Cambridge Dictionary online, https://dictionary.cambridge.org/dictionary/english/responsibility.
[6] Cfr. Mario Vergani, Responsabilità, rispondere di sé, rispondere dell’altro, Raffaello Cortina Editore, Milano 2015.
[7] Cfr. Mario Vergani, Responsabilità, rispondere di sé, rispondere dell’altro, Raffaello Cortina Editore, Milano 2015, p. 102.
[8] Cfr. Mario Vergani, Responsabilità, rispondere di sé, rispondere dell’altro, Raffaello Cortina Editore, Milano 2015, p. 69.
[9] Cfr. Mario Vergani, Responsabilità, rispondere di sé, rispondere dell’altro, Raffaello Cortina Editore, Milano 2015, pp. 65-66.
[10] Cfr. Mario Vergani, Responsabilità, rispondere di sé, rispondere dell’altro, Raffaello Cortina Editore, Milano 2015, p. 69.
[11] https://www.pusc.it/research-project/footprints
[12] https://www.nytimes.com/2025/08/02/world/europe/rome-youth-catholics-pope.html
[13] https://www.pusc.it/sites/default/files/csi/ucc2027/semprof2027_dep.pdf

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