Qual è il ruolo delle donne nella vita professionale secondo la Gaudium et Spes?
Il presente lavoro esplora l’intreccio profondo tra lavoro, ruolo e responsabilità, con particolare attenzione alla dimensione femminile all’interno della società e della Chiesa. Attraverso un’analisi teorica e filosofica del concetto di responsabilità — da Aristotele a Ricoeur fino a Mario Vergani — si delinea come essa sia strettamente legata all’assunzione di ruoli sociali e professionali. In questa cornice, il lavoro diventa luogo privilegiato per l’esercizio della responsabilità personale e collettiva. La riflessione si estende poi al ruolo delle donne nella società moderna e nella Chiesa, con uno sguardo particolare al contributo del Concilio Vaticano II e alla costituzione Gaudium et Spes, che pur non offrendo definizioni precise, apre uno spazio significativo di riconoscimento e valorizzazione del genio femminile. L’obiettivo è comprendere come la responsabilità, nelle sue molteplici forme, si configuri oggi come chiave interpretativa per leggere la partecipazione attiva della donna nel mondo contemporaneo.
Lavoro – Ruolo – Responsabilità
Il lavoro rappresenta non solo un’attività produttiva, ma anche un insieme di compiti e funzioni che un individuo assume all’interno di un determinato ruolo sociale o professionale. Questo ruolo, inteso come insieme di aspettative normative e comportamentali, definisce i confini entro cui si svolge il lavoro, attribuendo precise responsabilità.
La responsabilità si configura dunque come la capacità e l’obbligo di rispondere delle proprie azioni in relazione al ruolo assunto e alle aspettative sociali correlate. Assumere un ruolo significa accettare un carico di responsabilità che richiede non solo la corretta esecuzione di compiti, ma anche una consapevolezza riflessiva sull’impatto delle proprie decisioni e azioni nel contesto lavorativo e sociale.
Come possiamo dunque osservare, il lavoro è il luogo principale in cui la responsabilità si manifesta concretamente. Tale dimensione è particolarmente significativa nel percorso di emancipazione sociale di gruppi storicamente esclusi, come le donne, per le quali il lavoro ha rappresentato uno strumento fondamentale di conquista della responsabilità e della partecipazione sociale.
Da un punto di vista etico e politico, la responsabilità nel lavoro si estende anche al piano collettivo: il lavoratore è parte di un sistema più ampio che richiede un impegno condiviso volto al bene comune e alla sostenibilità sociale. Il ruolo quindi non solo struttura l’azione lavorativa, ma vincola l’individuo a una responsabilità che è insieme personale e sociale.
Dunque i tre concetti di lavoro, ruolo e responsabilità sono interconnessi in una relazione dinamica: il lavoro è l’espressione concreta del ruolo, mentre la responsabilità ne rappresenta il fondamento etico e sociale, richiedendo una consapevolezza e un impegno continui nell’agire.
Sul concetto della Responsabilità
Per avere una più chiara concettualizzazione, affrontiamo il tema della responsabilità. La responsabilità, definita brevemente dal Cambridge Dictionary come „il dovere di prendersi cura di qualcosa„, rappresenta un concetto di natura moderna che, come osservato da Paul Ricoeur, non è „realmente ben consolidato nella tradizione filosofica„. Nel corso della storia, questo tema è stato affrontato da diverse scuole filosofiche, ma è soprattutto la filosofia moderna ad averlo approfondito, concentrandosi prevalentemente sulla responsabilità morale, soprattutto nel contesto letterario.
Già nell’Antichità, Aristotele sviluppò una teoria della responsabilità morale nell’Etica Nicomachea, distinguendo tra azioni volontarie, per cui siamo suscettibili di lode o biasimo, e azioni involontarie, che possono invece essere oggetto di perdono o compassione. Egli attribuisce all’individuo la responsabilità del proprio stato d’animo, aspetto e azioni, sottolineando così l’importanza e la forza della virtù in contrapposizione al vizio.
Tuttavia, l’uso originario del termine responsabilità ha una valenza politica, come testimonia la sua comparsa nelle lingue europee moderne solo alla fine del XVIII secolo, in concomitanza con i dibattiti sul governo rappresentativo, inteso come governo responsabile di fronte al popolo. Nel corso dei secoli XVIII e XIX, il concetto si amplia grazie ai contesti politici che pongono l’accento sull’azione responsabile e sui principi del governo rappresentativo, come si evidenzia nei Federalist Papers del 1787, negli scritti di Edmund Burke del 1796 e nelle riflessioni di John Stuart Mill a metà del XIX secolo. A chiusura del secolo, Max Weber formula un’etica della responsabilità (Verantwortungsethik) indirizzata in particolare ai politici.
La filosofia moderna impone che la responsabilità morale sia compatibile con spiegazioni causali o naturalistiche del comportamento umano, respingendo così l’idea metafisica del libero arbitrio. Tuttavia, nel XX secolo il dibattito filosofico torna a interrogarsi sul libero arbitrio e sul determinismo, chiedendosi se, alla luce di quest’ultimo, la responsabilità individuale possa ancora essere sostenuta. Sebbene la riflessione morale contemporanea si sia concentrata soprattutto sull’agente individuale, l’ambiente politico recente ha favorito l’emergere del tema della responsabilità collettiva.
Il libero arbitrio, inoltre, si intreccia con numerose questioni pratiche legate alla responsabilità, come la responsabilità reciproca, la definizione della sfera di responsabilità personale e la valutazione dell’idoneità di un individuo a ricoprire specifici ruoli.
Per evitare dispersioni terminologiche e concettuali, l’analisi che segue si basa sull’approccio alla responsabilità proposto dal filosofo italiano contemporaneo Mario Vergani, in particolare nel suo libro Responsabilità. Rispondere di sé, rispondere dell’altro. Vergani distingue innanzitutto due tipi di responsabilità: quella a priori, rivolta a ciò che deve ancora essere compiuto nel futuro, e quella a posteriori, riferita alle azioni già svolte nel passato. Questo solleva la questione cruciale se siamo responsabili esclusivamente delle nostre azioni passate o se la responsabilità si estende anche al futuro e a ciò che resta da fare.
Inoltre, Vergani analizza quattro dimensioni fondamentali della responsabilità: quella giuridica, morale, politica e metafisica, distinguendo anche tra responsabilità naturale e responsabilità contrattuale. Egli propone inoltre un approccio quantitativo al concetto, differenziando tra responsabilità individuale e responsabilità politica o collettiva, quest’ultima intesa come potere esercitato in contesti democratici.
Ulteriormente, Vergani individua due forme di responsabilità: la responsabilità soggettiva, basata sul senso di sé e sulle sensibilità morali — definita anche come senso di responsabilità — e la responsabilità oggettiva, fondata sulla razionalità e sui fatti concreti nel contesto sociale e globale.
Particolarmente significativa è la riflessione di Vergani sul rapporto tra responsabilità e potere automatico, soprattutto nell’ambito delle relazioni uomo-donna. Egli descrive infatti l’uomo come un archetipo di responsabilità connesso alla figura genitoriale e associa il concetto di potere al maschile, radicato nel modello patriarcale della famiglia, ancora molto presente nella società contemporanea.
Infine, Vergani sottolinea che la responsabilità implica necessariamente l’azione, fondata sul concetto di voluntas ut ratio — volontà come ragione — che esprime la capacità umana di esercitare il libero arbitrio in conformità con la propria autodeterminazione, basata sulla razionalità e l’intelligenza. La volontà risulta dunque cruciale non solo all’inizio, ma per l’intero processo dell’azione, creando una distinzione tra il momento in cui si diventa responsabili e il permanere responsabili lungo tutto il processo stesso.
Dopo questa disamina teorica, ci proponiamo di affrontare il tema del ruolo e responsabilità della donna nella società, per poter dopo capire il valore comunicativo della Gaudium et spes sulla problematica di fondo.
Il ruolo e la responsabilità della donna nella società
Nella cultura odierna, l’affermazione della voce femminile nella società, intesa come impegno attivo della donna, ha radici profonde. Tra le prime voci si distingue Mary Wollstonecraft (1759-1797), pensatrice e femminista inglese, che alla fine del XVIII secolo si impose come pioniera dei diritti delle donne. Wollstonecraft denunciò la condizione sociale degradante delle donne, attribuendone la causa non alla natura femminile, ma all’assenza di istruzione, all’oppressione e alla tirannia maschile, che le relegavano fuori dalla sfera pubblica, limitandone il ruolo a quello di seduttrici. Per questa attivista, la donna è stata storicamente schiava, e le strutture dei governi civili hanno imposto ostacoli quasi insormontabili al suo sviluppo culturale. In tal senso, la responsabilità femminile nella società era intesa come servizio agli altri, tipico della condizione servile, principalmente nel contesto domestico e familiare. Wollstonecraft denunciò inoltre la poligamia maschile come ulteriore fattore di degrado per le donne.
Un ulteriore contributo fondamentale al discorso sulla condizione femminile è rappresentato da Simone de Beauvoir, la cui opera Il secondo sesso (1949) evidenzia le numerose limitazioni materiali subite dalle donne. De Beauvoir descrive la famiglia come ancora dominata da un’identità patriarcale, la maternità come una forma di schiavitù, e riduce la funzione sociale femminile principalmente alla generazione della vita, considerata la loro principale responsabilità. Secondo l’autrice, anche la posizione di donne storicamente influenti come Maria Antonietta o Caterina la Grande non ha scalfito il generale status denigratorio della donna, né mutato la percezione della responsabilità femminile in ambito politico e di leadership. La donna, dunque, si trova in uno stato permanente di miseria sociale, risultato di una lotta dominata dagli uomini che ha perpetuato il suo sfruttamento fin dall’Antichità fino ai tempi contemporanei. Tra i primi pensatori maschi a denunciare questa condizione vi sono filosofi come Diderot, Voltaire, John Stuart Mill e scrittori come Balzac. L’industrializzazione rappresentò per de Beauvoir una svolta significativa, poiché il lavoro consentì alla donna di conquistare dignità e spazi maggiori in termini di responsabilità sociale.
La società contemporanea, soprattutto dopo il 1968, vede emergere figure come Judith Butler, che riprendendo il lavoro di de Beauvoir, pone l’accento sulla responsabilità femminile nella politica come forma primaria di realizzazione sociale. Per Butler, la legittima richiesta di una rappresentanza più incisiva delle donne nelle posizioni decisionali costituisce uno dei pilastri del femminismo contemporaneo. Il concetto di responsabilità della donna è dunque strettamente connesso alla sua rappresentanza nei ruoli di potere. Sebbene si consideri parte della seconda ondata femminista, Butler critica l’inefficienza del movimento nell’ambito politico e denuncia il divario di genere che ancora persiste in tale contesto, sostenendo che il diritto alla rappresentanza debba essere garantito a prescindere dal genere. Alla base del femminismo politico, secondo Butler, deve esserci l’affermazione dell’identità femminile, auspicando la nascita di una politica femminista capace di mettere in discussione le normatività di genere e identità come presupposto metodologico e obiettivo politico. Il suo lavoro prende le mosse da una concettualizzazione del patriarcato universale, inteso come vincolo comune tra donne contro l’oppressione.
Infine, la sociologa e femminista Nancy Chodorow (1944 – ) rileva che, nelle civiltà occidentale, latinoamericana e orientale, le madri insegnano alle figlie che gli uomini sono superiori alle donne, basandosi su studi sulle relazioni di genere. Secondo Chodorow, tutti i bambini identificano inizialmente la madre come punto di riferimento, processo più semplice per le femmine, più complesso per i maschi a causa della differenza di sesso, come spiegato attraverso il complesso di Edipo. Sebbene la madre rappresenti un riferimento per i figli, per questi ultimi la madre casalinga che si occupa esclusivamente della famiglia appare come una regressione e una mancanza di autonomia; ciò induce il bambino maschio a svalutare le donne e tutto ciò che, nel mondo sociale, è percepito come femminile.
Il percorso storico e teorico che ha portato alla progressiva affermazione del ruolo e della responsabilità della donna nella società trova un naturale proseguimento nella riflessione ecclesiale sul ruolo dei laici, uomini e donne, all’interno della Chiesa e del mondo. Se il pensiero femminista ha messo in luce le ingiustizie sociali e le dinamiche di esclusione che hanno limitato l’accesso delle donne alla sfera pubblica e decisionale, il Concilio Vaticano II — in particolare con Gaudium et Spes — ha riconosciuto nella corresponsabilità dei laici una vocazione pienamente teologica e trasformativa. In questo contesto, la responsabilità femminile non è più solo una rivendicazione sociale, ma diventa anche una chiamata spirituale ed ecclesiale, segno concreto della partecipazione delle donne alla missione della Chiesa e alla costruzione del bene comune.
La responsabilità dei laici nella Chiesa e nella società: una vocazione teologica ed ecclesiale
Il concetto di responsabilità dei laici nella Chiesa e nella società costituisce un riferimento teologico essenziale al concetto di impegno ecclesiale, ovvero a quell’impegno che riguarda tutti i membri della Chiesa universale: laici, gerarchia clericale e religiosi. Tale corresponsabilità emerge come espressione concreta della chiamata battesimale, che inserisce ogni fedele in un dinamismo di santità e di servizio.
Tuttavia, a causa di diverse vicissitudini storiche, la chiamata universale alla santità, insita nel sacramento del Battesimo, è stata per lungo tempo oscurata nella spiritualità e nella prassi ecclesiale. Già in vista del Concilio Vaticano II, un padre dotato di profonda visione, san Josemaría Escrivá de Balaguer, ricevette l’ispirazione divina a promuovere tale chiamata nel cuore del mondo e attraverso le circostanze ordinarie della vita quotidiana. Durante i lavori conciliari, la realtà della vocazione universale alla santità diventò oggetto di approfondita riflessione da parte dei padri conciliari. Il Concilio Vaticano II, con il suo straordinario patrimonio dottrinale, spirituale e pastorale, dedica pagine di grande bellezza alla natura, dignità, spiritualità, missione e responsabilità dei fedeli laici, sia nella vita interna della Chiesa, sia nella dimensione sociale del mondo.
La medesima Costituzione pastorale sottolinea il valore della testimonianza cristiana nella vita del laico. Seguendo l’esempio di Cristo, i fedeli laici sono chiamati a:
“Compiere tutte le loro attività terrene unificando in un’unica sintesi vitale i loro sforzi umani, domestici, professionali, scientifici e tecnici con i beni religiosi, sotto la cui suprema direzione tutto è ordinato alla gloria di Dio. I laici sono propriamente, sebbene non esclusivamente, responsabili degli impegni e delle attività temporali” [Gaudium et spes, 43].
La partecipazione e la responsabilità della donna secondo Gaudium et spes
Possiamo giustamente affermare, dai testi scritturistici, che sin dall’inizio della vita della Chiesa fino ad oggi, la donna ha ricevuto un ruolo speciale in questa realtà. Sappiamo dai testi scritturistici, che gli eventi della fase cruciale della redenzione con la passione, crocifissione e resurrezione di Gesù di Nazareth, cuore della fede cristiana, hanno quale presenza qualificante il genio femminile. Sono infatti le donne le „apostole degli apostoli„, nonostante il contesto socio culturale del tempo, dove la testimonianza delle donne non veniva considerata come valenza ufficiale.
Nel Concilio Vaticano II, grazie anche alla presenza di osservatori donne volute dal papa Paolo VI, nei documenti sia della Gaudium et Spes che nella Apostolicam Actuositatem, il discorso delle donne si fa presente proprio in questi due testi redatti e approvati nell’ultima Sessione conciliare, proprio dopo l’intervento del magistero di Giovanni XXIII che considerava la presenza e l’autocoscienza della donna nei confronti della sua condizione come uno dei segni dei tempi.
Proprio secondo questa consapevolezza, gli estensori della Gaudium et Spes, che avevano redatto la premessa dove si affermava che „le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, sottolineano che per svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo.”
Anche se troviamo uno sviluppo dottrinale fondamentale nella Gaudium et spes, la quale dedica un intero capitolo al tema della responsabilità e della partecipazione, parlando in generale dell’essere umano, la donna viene comunicata attraverso il suo ruolo e il suo impegno dentro la società in base alle sua caratteristiche antropologiche.
Nel capitolo III, numero 34 possiamo vedere chiaramente il modo in cui il ruolo e la responsabilità delle donne vengono descritte in un modo egualitario nei confronti dell’uomo. „Gli uomini e le donne, infatti per procurarsi il sostentamento per sé e per la famiglia che esercitano il proprio lavoro in modo tale da presentare anche conveniente servizio alla società, possono a buon diritto ritenere che con il lavoro essi prolungano l’opera del Creatore.” Con il lavoro, dunque, esse prolungano l’opera del Creatore. „Si rendono utili ai propri fratelli e donano un contributo personale alla realizzazione del piano provvidenziale di Dio nella storia.„
Vale la pena notare che Gaudium et Spes non specifica in che modo le donne siano chiamate a portare i loro doni nel mondo. I Padri del Concilio richiamano l’attenzione su qualcosa che sta emergendo—su un’opera in divenire. Gaudium et Spes invita le donne a partecipare il più possibile alla vita del mondo, in particolare nelle professioni. Ciò suggerisce che i doni femminili possano emergere pienamente solo quando le professioni sono più accessibili alle donne. Pertanto, gli autori di Gaudium et Spes sostengono che relegare le donne al solo ambito privato è un danno per l’umanità.
Il documento continua con un’osservazione che ci fa capire che i cristiani, dunque le donne nel nostro caso, „non sognano nemmeno di contrapporre i prodotti dell’ingegno e del coraggio dell’uomo alla potenza di Dio”, ma al contrario , „esse sono persuase piuttosto che le vittorie dell’umanità sono segno della grandezza di Dio e frutto del suo ineffabile disegno.” Come conclusione qui il documento ci spiega che, in fine: „Quanto più cresce la potenza degli uomini (le donne essendo incluse), tanto più si estende e si allarga la loro responsabilità, sia individuale che collettiva.” Dunque, il concetto di responsabilità è un concetto valido nel documento che rileva il ruolo, l’impegno degli uomini e delle donne dentro il mondo secolare.
Il ruolo delle donne e di conseguenza la loro responsabilità nel mondo, non viene messo sopra quello degli uomini nel documento conciliare. Il dibattito sull’uguaglianza tra i sessi è stato significativamente sviluppato durante il Concilio, che puntava sull’uguaglianza di dignità, diritti e personalità tra uomo e donna davanti a Dio, in quanto entrambi figli dello stesso Padre. Il numero 29 della Costituzione ci parla chiaro in questo senso: “L’uguaglianza tra uomo e donna deve essere raggiunta anche nella vita professionale e sociale” [Gaudium et spes, 29]. Nello stesso tempo, il Concilio riconosceva l’essere umano come:“un’unità nella sua totalità: corpo e anima, cuore e coscienza, pensiero e volontà” [Gaudium et Spes, 3].
Pur affermando la grandezza della persona umana, il documento evidenzia che le donne „rivendicano, laddove l’hanno raggiunta, la parità con gli uomini, non solo di diritto, ma anche di fatto„esprimendo in ciò un’aspirazione più profonda e universale [Gaudium et Spes, 9], mantenendo il clima del contesto della creazione con la spiegazione chiara che “ Dio non ha creato l’uomo lasciandolo solo: ‘maschio e femmina li creò’ (Gen 1,27), e la loro unione costituisce la prima forma di comunione di persone” [Gaudium et Spes, 12].
Questo equilibrio di poteri, deve essere percepito anche nella vita professionale e fu continuato anche dopo il Concilio grazie ai lavori dei prossimi pontefici come GPII, BXVI e Francesco.
Oggi, un’interpretazione profondamente contemporanea di tale principio viene offerta da padre Erik Varden nel volume Castità. La riconciliazione dei sensi, dove egli afferma che: “L’uomo e la donna sono destinati a vivere faccia a faccia. Devono affermare la personalità dell’altro nel senso relazionale del termine persona, che in greco deriva da pros (verso) e ops (occhio). Dunque: sono una persona in quanto incontro l’altro. Finché l’uomo non riuscì a vedere se stesso negli occhi della donna, era solo un mezzo uomo”. Tale principio può essere applicato anche al livello professionale tra i due esseri umani.
Ritornando al discorso sul come essere „donna nel mondo„, inteso su come agire, anche se la Gaudium et Spes non riesce a specificare più in profondità le valenze e i tipi di responsabilità (preannunciati da Vergani prima) attraverso la loro capacità di agire nel mondo, più in avanti, la Chiesa di Giovanni Paolo II ha sviluppato un’affinità sul concetto di genio femminile e di più con lo sviluppo sulla complementarietà relazionale tra uomo-donna, prefigurando questo. La Chiesa di Benedetto XVI ha rivolto, invece, lo sguardo alle grandi donne nella storia della Chiesa e, infine, la Chiesa di Francesco ha messo in applicazione questo ruolo e responsabilità della donna nella Chiesa attraverso l’impegno di fatto del genere femminile nella Chiesa al livello istituzionale. Vediamo più chiare che ora, possiamo identificare, a livello empirico, l’elenco di tutte le dimensioni della responsabilità applicate sul ruolo della donna nella Chiesa: a priori, a posteriori, oggettiva, soggettiva, individuale, collettiva, politica, giuridica, morale e metafisica.
Conclusioni
La Gaudium et Spes compare in un momento in cui il mondo soffriva dei cambiamenti al livello sociale, essendo presente una società „industriale che favoriva in alcune nazioni una economia dell’opulenza e trasformava radicalmente concezioni e condizioni secolari di vita sociale.” La realtà odierna, davanti alla grande sfida delle nuove tecnologie è paragonabile e simile al contesto della Gaudium et Spes.
Nello stesso tempo, il documento trattava i nuovi mezzi di comunicazione „sociale che favorivano nel modo più largo e più rapido la conoscenza degli avvenimenti e la diffusione delle idee e dei sentimenti„. Idem anche per la società odierna definita da un flusso e una fluidità quasi senza limiti per quanto riguarda la velocità della trasmissione dell’informazione.
Infatti, questi due sono i punti forti, cioè: il contesto definito dai cambiamenti sociali e i mezzi di comunicazione in continuo sviluppo – una società “minacciata” dalla ben conosciuta Intelligenza Artificiale – su cui, la comunicazione sulla donna nella Chiesa deve appoggiarsi. Questi sono due strumenti, due occasioni per cui la Chiesa può usare ancora il documento a livello formativo e culturale, perché esso si dimostra ancora rilevante nei tempi che stiamo attraversando. Bisogna però lavorare più in profondità per poter trasmettere meglio questo documento come strumento che ci possa servire nella comunicazione sia dentro la Chiesa che fuori, nel mezzo al mondo, in modo tale che essa comunicazione diventi rilevante per quanto riguarda la trasmissione corretta ed efficace sul ruolo e la responsabilità della donna nella società e nella Chiesa, che infine possa portare anche, perché no, ad un cambiamento culturale. Bisogna ancora fare un lavoro sulle “politiche” della comunicazione, misurare la percezione dell’opinione pubblica, ma anche servirsi dei fatti e delle fondamenta teoriche e teologiche, come è questa costituzione, non tanto per combattere con gli altri correnti e ideologie (che la storia e il tempo ci hanno dimostrato che sono effimeri) ma soprattutto per poter trasmettere la Verità di Cristo.
________
Fonti:
Paul Ricoeur, The concept of responsibility: an essay in semantic analysis, in his The Just, trans David Pellauer, University of Chicago Press, Chicago 1992.
Aristotle, Nicomachean Ethics, Batoche Books, Kitchener 1991.
Richard McKeon, The development and the significance of the concept of responsibility, in Revue Internationale de Philosophie, XI, no. 39, Bruxelles 1957.
Responsibility, in Internet Encyclopedia of Philosophy, https://iep.utm.edu/responsi/.
Mario Vergani, Responsabilità, rispondere di sé, rispondere dell’altro, Raffaello Cortina Editore, Milano 2015.
Florence Rochefort, Femminismi, uno sguardo globale, Editori Laterza, Roma 2018.
Mary Wollstonecraft, A vindication of the Rights of Woman, Dover Publications Inc., New York 1996.
Simone de Beauvoir, Il secondo sesso, Il saggiatore, Milano 2016.
Mariano Fazio, Storia delle idee contemporanee, EDUSC, Roma 2016.
Judith Butler, Questione di genere, Il femminismo e la sovversione dell’identità, Editori Laterza, Roma 2013.
Judith Butler, La disfatta del genere, Meltemi, Roma 2000.
Nancy Chodorow, Femininities, Masculinities, Sexualities – Freud and beyond, The University Press of Kentucky, Kentucky 1994.
Nancy Chodorow, La funzione materna – Psicanalisi e sociologia del ruolo materno, La Tartaruga Edizioni, Milano 1991.
Ettore MALNATI, La dignità della donna nel Magistero contemporaneo, pubblicato nel La Stampa, 27 novembre 2018.
Giovanni XXIII, Pacem in terris.
Concilio Vaticano Secondo, Gaudium et spes – costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Roma 1965.
Renée Köhler-Ryan, The hour of Woman and Edith Stein: Catholic New Feminist Response to Essentialism, pubblicato in Religions, 5 febbraio 2020.
Erik Varden, Castità, La riconciliazione dei sensi, Ed. San Paolo, Milano 2024.


Lasă un comentariu