„Canto pure a bocca chiusa”

Tempo fa, un mio caro professore di Roma mi disse: “Alina, stiamo vivendo in un periodo molto interessante: questo è il secolo delle donne.”

Forse sì, è vero, ma non vorrei cadere troppo, per momento, in quel tipo di femminismo aggressivo che continua a trasformare pezzi di questo mondo in modo tale che essi rimangono senza fine e identità…

1946. Si parte dal silenzio di una donna che accetta la sua vita, la sua condizione come sposa di un marito che ha vissuto “2 guerre” (che si trova lui stesso in una guerra continua), e mamma di 3 figli, di cui una giovane ragazza che deve decidere come entrare nella società, prendendo subito la via del matrimonio, oppure cercando prima di capire il mondo attraverso lo studio per poter poi decidere sul proprio destino. Delia, l’eroina del film, nel suo piccolo mondo chiuso e limitativo capisce però che c’e da fare perché c’é ancora domani. 

Delia è di tutto: assistente sanitaria, sarta, mamma, sposa, nuora, donna, amica. Delia è la donna che rimane l’anima viva in una cultura patriarcale. Mi sento “costretta” di confessare che in questo  film ho visto per certi momenti pezzi delle figure che mi hanno costruito: mia mamma, mia nonna, mie zie, amiche.

Il film della Cortellesi è il film che ogni ragazza dovrebbe vedere prima di essere iniziata nella società, insieme alla sua mamma.

“Lo sai quale è il problema tua? Che parli troppo. Te’ la devi sta’ zitta!”

Battuta che poi diventa il leitmotiv del film, l’espressione che colpisce il pubblico dal inizio fino alla fine. 

Poi arriva la domanda della sua figlia : “Perché non te ne vai?”. Perché film racconta, come lo fa ogni donna di famiglia, la scelta di non abbandonare, ma di trovare il miglior modo possibile per vivere tenendo lo sguardo stretto al “domani”.

“Cara, taci, non entrare nelle discussioni che non ti competono!”

Ancora queste battute geniali che ci fanno capire che siamo nel secolo del silenzio della donna.  

Una produzione cinematografica che racconta una cotidianità normale e semplice, che stupisce proprio attraverso la sua semplicità. Un film che suscita una montagna russe di emozioni e realtà: pianti, risate forti, curiosità, dubbi, incertezze, verità. Basta solo guardare, per esempio, quanta emozione porta la scena in cui Delia prepara in dettaglio e con tanta cura il pranzo con i genitori del fidanzato della sua figlia. 

“Delia se’ deve impara’ a sta’ bocca chiusa.”

La produzione cinematografica è l’invito per le donne donne „all’accettazione” o piuttosto la comprensione della loro dignità, del loro valore inestimabile.

Tutto il movimento gira intorno a un momento unico, che non è ne la fuga di Delia, ne un’intervista per un nuovo lavoro, ma è l’espressione della libertà della donna nella società. 

In fine, devo un po’ puntare anche sulle mie origini nei confronti della figura della donna in Est dell’Europa. Potrei solo dire che le donne lì usano ancora il silenzio, come modalità di espressione. E’ molto possibile che questo film, al livello metaforico, simbolico e non solo, rimanga come un classico. Ci auguriamo di no! 

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